Per voi uno dei racconti del mio libro "Aroma di caffè e profumo di fieno. Piccola storia di una casa nel Borghetto", il panificio Barbetti a Mezzana.
Il
panificio Barbetti
Quando
di buon'ora con mia nonna ci svegliavamo, d'estate, e c'incamminavamo
verso il bosco alla ricerca di funghi, appena fuori casa, tutte le
volte, mi veniva incontro per un attimo, un attimo solo ma
sufficiente a dirmi che iniziava un nuovo giorno, il profumo del
pane. Era il pane del panificio Barbetti del Borghetto e quell'aroma
l'ho sempre associato alle mattine in cui con la nonna camminavamo
alla ricerca di funghi.
Il
padre della nonna, Giovanni Ravelli, era panettiere, anche se non
viveva nel Borghetto. Aveva iniziato poco lontano dai “Giumei” e
anche per questo motivo la famiglia della nonna, anche se certo non
poteva definirsi benestante, se la passava meglio di altri, proprio
perché il pane a casa del panettiere non manca mai.
Solo
in seguito Giovanni con Davide Barbetti si mise a fare il pane
proprio nel Borghetto, nella casa dove ancora oggi abita la famiglia
Barbetti.
Nacque
con quella generazione il panificio che lavora ancora oggi, nello
stesso identico luogo anche se ovviamente i tempi sono cambiati e
rispetto ad allora ci si può avvalere di macchinari che Davide e
Giovanni si potevano solamente sognare. Intatta è rimasta invece
l'arte misteriosa e quasi magica di fare il pane e quello stesso
aroma che ogni volta, anche quando non sono a Mezzana, mi fa venire
in mente il panificio e le estati con la nonna.
Giovanni
e Davide sfornavano ovviamente il pane comune ma anche pane più
speciale, ad esempio i “Traieri” ovvero quattro lunghi pezzi di
pane uno attaccato all'altro, o i “Vechi” anche questo un pane
dalla forma allungata.
Una
volta, ma certo non sarà stata l'unica, i due panettieri per scherzo
provarono a fare proprio un “Vec” gigante, una scommessa vinta
perché il risultato fu un pane più alto di loro.
Per
le occasioni speciali, inoltre, si preparavano i “Bracedei”,
questo una sorta di focaccia dolce che veniva preparata per esempio
per celebrare i matrimoni. I Bracedei venivano distribuiti ad ogni
famiglia da parte degli sposi e sostituivano, allora, il ruolo che
molti anni dopo avrebbero avuto i confetti.
I
Bracedei potevano essere confezionati anche per altre occasioni, ad
esempio Giovanni li sfornò quando nacque mia mamma, sua prima nipote
e insomma queste focacce dolci erano un po' un lusso che ci si
concedeva quando si voleva fare festa.
Giovanni,
che come hobby aveva quello del fotografo, conservò anche
un'immagine del “Vec” gigante con Davide e il fratello di mia
nonna, Romedio, allora solo un bambino.
I
due panettieri lavorarono a lungo al panificio, fino a quando l'età
li convinse a cedere ai rispettivi figli l'attività: Davide al
figlio Camillo, Giovanni proprio a Romedio.
L'attività
proseguì fino a quando Camillo a sua volta passò il testimone ai
figli Bruno e Alfredo che per lungo tempo continuarono la tradizione.
Oggi
il panificio che si chiama “Panificio Mezzana”, continua a
sfornare pane grazie anche ad alcuni componenti della stessa
famiglia, con laboratorio nello stesso posto dove lavorarono le
generazioni che li precedettero. Una lunga storia dell' “arte
bianca” che continua fino a noi, una tradizione che ha saputo
innovarsi pur senza perdere la semplicità degli inizi e se, per
caso, vi capita di passare di buon'ora al Borghetto, sentirete ancora
quell'aroma di pane caldo che si spande nell'aria, come è stato per
lunghi, lunghi anni.
Nota.
Mentre sto scrivendo questo libro sul Borghetto, è scomparso Gino
Barbetti, il cui padre Davide portò avanti il panificio con il mio
bisnonno. Dedico perciò a lui questo capitolo.